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Piatti meno conosciuti nei buffet asiatici: assaggi sorprendenti che valgono la curiosità

📅 10 Agosto 2026✍️ di Paolo Merlini⏱️ 7 min di lettura

La scena che ricordo meglio di una serata a Torino, durante un buffet che avevo curato, è una mano sospesa su una ciotolina verde. Il cucchiaino indugiava, gli occhi cercavano un indizio tra le etichette, e io, da dietro il banco, ho sentito scattare un collegamento netto con l’anno passato a Chiang Mai. Lì, in un ristorantino grande quanto una cucina domestica, ho imparato che certe salse sembrano timide solo a un primo sguardo. Una volta assaggiate, chiedono il bis, e spesso cambiano il modo in cui guardi il tavolo intero.

Dal Nord della Thailandia, un verde che seduce

Quel verde era nam prik noom, un condimento del Nord thailandese che raramente si conquista la prima fila dei buffet. È una crema di peperoncini verdi arrostiti, scalogni, aglio e un tocco salino che sa di terra e brace. Non ha l’oleosità opulenta delle salse più note, né la dolcezza accomodante di certe glasse; preferisce un carattere diretto, una freddezza aromatica che accende la bocca senza ferirla.

Nei buffet europei, dove i piatti thai più popolari marciano sicuri verso i piatti dei commensali, il nam prik noom rimane spesso una sponda. Eppure è una chiave di lettura del Nord: mangiato con cavolo cappuccio crudo, cetrioli croccanti e cotenna fritta, ripulisce il palato e fa emergere il lato più agricolo della tavola. È un ponte tra il fuoco e la foglia, tra la brace del mercato e la freschezza degli orti.

Ricordo la pazienza di P’Oi, la cuoca con cui lavoravo: grigliava i peperoncini fino a screziare la pelle, poi pestava piano nel mortaio, come se ogni colpo servisse a chiamare fuori un altro strato di profumo. In quel gesto c’era la misura di un mondo intero. A chi si avvicina in Italia, suggerisco di iniziare con una punta di cucchiaino su riso jasmine tiepido, e poi—se scatta la curiosità—accostarlo alla carne di maiale arrosto o al tofu alla piastra.

Cina fuori menu: consistenze che raccontano

Nel versante cinese dei buffet spunta talvolta un piattino scuro, tagliato a spicchi come una luna: le uova centenarie, o pidan. Il nome spaventa, l’aspetto incuriosisce. La consistenza cremosa del tuorlo e la gelatina dell’albume regalano sensazioni di torrefazione e legno, una profondità che sembra nata in cantina. Da sole possono disorientare; adagiate su tofu freddo con salsa di soia leggera e cipollotto, diventano un equilibrismo riuscito tra morbido e sapido.

A un tavolo, ricordo un signore che tornò due volte per assicurarsi di aver capito quel sapore: la prima assaggiò con cautela, la seconda cercò il perché. Gli spiegai che in Cina sono spesso un contrappunto nel porridge salato del mattino. Quando lo capisci, smetti di aspettarti il gusto dell’uovo sodo e inizi a leggere nel piatto un frammento di geografia del gusto.

Un altro incontro inaspettato è l’insalata di medusa. Sottile, quasi trasparente, condita con olio di sesamo e aceto di riso, non ha il profumo marino invadente che ci si aspetterebbe: consegna piuttosto una croccantezza nervosa, un ticchettio tra i denti che fa compagnia ai semi di sesamo. È una lezione di consistenza, una pausa rubata al registro della morbidezza. Dove appare, merita un assaggio senza preconcetti, perché restituisce quella freschezza verticale che prepara a un boccone più opulento, magari un raviolo al vapore ben unto di salsa al peperoncino.

Più riconoscibili, ma non meno divisivi, sono i piedi di pollo brasati in stile Cantonese. Nelle vaschette del dim sum, luccicano d’un ambrato profondo. La pelle si arrende al primo morso, le cartilagini concedono resistenza e soddisfazione. Qui non c’è fretta: è un piatto che chiede tempo e, in cambio, regala una salsa densa di anice stellato, fagioli neri fermentati e zucchero scuro.

Filippine e Malesia: acidità, fumo e frutta

Quando posso, inserisco una ciotola che parla filippino. Il dinuguan, uno stufato scuro al sangue, nei buffet compare di rado, ma racconta un coraggio antico. Per chi teme la potenza ferrova del sapore, c’è un modo gentile: un cucchiaio sul riso bianco, qualche goccia di calamansi o limone, e il piatto trova un equilibrio che scalda senza travolgere. In alternativa, propongo il sisig di maiale sfrigolante, limone e cipolla: più immediato, ma sempre capace di sorprendere chi pensa alla griglia come luogo soltanto di bistecche.

Dalla Malesia arriva talvolta il rojak buah, un’insalata di frutta e verdure con pasta di gamberi e zucchero di palma. È un abbraccio agrodolce, di quelli che richiedono fiducia. La frutta matura incontra un umami profondo e l’acidità tira le fila, come un direttore d’orchestra severo. Non è un dessert, né un antipasto nel senso europeo: è un punto cardinale, un’idea di equilibrio che allarga i confini della parola condimento.

Più difficile da scovare, ma felicità pura quando appare, è l’otak-otak: un impasto di pesce profumato al cocco e spezie, avvolto in foglia di banano. Nei miei buffet lo servo a bocconi, tiepido. Il fumo della griglia, intrappolato nella foglia, torna alla bocca come un ricordo di spiaggia al tramonto. È un morso che fa sognare porti lontani e mercati al crepuscolo.

Giappone e Indonesia: la forza della fermentazione

La prima volta che ho portato il natto in un buffet, qualcuno mi ha guardato come si guarda una sfida. Fagioli di soia fermentati, fili appiccicosi, profumo insistente: tutto sembra dire “attenzione”. Poi arriva il cucchiaio, l’incontro con il riso caldo, un tocco di senape e salsa di soia, e una parte della platea s’invaghisce. È la magia della Fermentazione, che smonta e ricostruisce, che allunga la vita degli ingredienti e scava nuove profondità di sapore.

All’altro capo della mappa, eppure parente stretto, c’è il tempeh indonesiano. Fermentato con Rhizopus, si presenta compatto, quasi nocciolato. Nel buffet amo proporlo “bacem”, cotto piano in salsa di soia dolce, foglia di alloro indonesiana e galanga, finito poi alla piastra. È accogliente, familiare, ma con una voce chiara che racconta di fagioli trasformati in qualcosa di più complesso. Chi diffida della soia trova qui un ponte sicuro, un legno caldo su cui camminare.

Tra questi estremi, una carezza viet più rara dei soliti involtini: il bánh cuốn. Sfoglie di riso al vapore, sottilissime, farcite con macinato di maiale e funghi, servite con erbe fresche e nuoc cham. Al buffet diventa un passaggio leggero, un respiro. Il gioco è nella temperatura: tiepido basta, perché l’amido si distenda e la nota di riso resti elegante.

Come avvicinarsi senza timori

Nei buffet, il primo alleato è la curiosità. La seconda è la misura. Un assaggio piccolo, poi ascoltare il piatto. Se un sapore è nuovo, cercare il suo compagno: il riso, una verdura cruda, una salsa neutra. In sala, chi serve conosce spesso la storia dietro la vaschetta: chiedere è un atto di cortesia che genera informazioni preziose. Quando si tratta di crudi o marinate, fidarsi dello sguardo e della freschezza, e ricordare che le cucine asiatiche hanno protocolli severi e tradizioni di controllo che dialogano bene con la nostra idea di Sicurezza alimentare.

Capire i contrasti aiuta. Un boccone grasso vuole acidità; una consistenza cedevole chiama il croccante; un profumo forte cerca una dolcezza discreta. Anche le bevande fanno la loro parte: un tè verde freddo alle foglie larghe, una birra leggera con amaro fine, un’acqua tonica asciutta per spegnere e ripartire. Le salse non sono mai semplici accessori: osservare il colore, annusare, provare una goccia sul dorso della mano può essere un modo rispettoso per orientarsi prima di irrorare il piatto.

La cautela è dovuta quando entrano in scena allergeni come arachidi, crostacei e soia. Nei miei allestimenti tengo sempre una stazione “trasparente”, con cartellini chiari e personale pronto a suggerire alternative. L’idea è non togliere, ma aggiungere strade: un curry più leggero, un brodo limpido, un contorno d’erbe aromatiche che rifinisca senza coprire.

Alla fine di quella serata torinese, la mano sospesa sulla crema verde era tornata. Non più incerta, ma decisa a pescare un secondo cucchiaino. Mi ha fatto un cenno, come a dire: “Adesso so dove andare”. È il gesto che cerco quando penso ai piatti che non chiedono di essere famosi, ma soltanto assaggiati con attenzione. Nei buffet, dietro l’abbondanza, c’è sempre una storia pronta a farsi sentire. Basta lasciare spazio nel piatto, e un momento di silenzio in bocca, perché quella voce arrivi forte e chiara, come una brace che a distanza di ore è ancora calda.

Paolo Merlini

Paolo ha vissuto per un anno a Chiang Mai lavorando in un piccolo ristorante locale e si è appassionato alla cucina asiatica. Tornato in Italia, organizza cene a tema asiatico e cura buffet fusion per eventi privati. Scrive articoli su sapori lontani per condividere storie e tecniche di buffet orientali.